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Marco Laurenti

Marco Laurenti

È sempre difficile parlare di sé stessi, soprattutto quando si deve raccontare come si era da ragazzi e da giunott, da giovanotti. Cercherò comunque di farlo. Sono nato a Niguarda, qualche anno fa, quando la televisione era solo in bianco e nero. 

Niguarda è conosciuta soprattutto per l’Ospedale, detto appunto Ospedale Maggiore di Niguarda e per il torrente Seveso, un modesto corso d’acqua che balza spesso agli onori delle cronache per le sue esondazioni.
Basta qualche giorno di pioggia in più, perché le strade e le piazze della zona si trasformino in tante piccole Piazza San Marco quando c’è il fenomeno dell’acqua alta. Mancano solo le gondole, però, in compenso, abbondano i ratt, le pantegane.
Pare che l’alveo del Seveso sia un ambiente particolarmente favorevole allo sviluppo di questi roditori.  

La corte dove sono nato era chiamata la rutunda, la rotonda, per la forma arrotondata della facciata dell’edificio. Oggi probabilmente nessuno la chiama più così. È semplicemente il civico quattordici e basta. Adesso veniamo a me.

Sono sempre vissuto nel rione dove sono nato, tranne una breve parentesi di circa tre anni, quando, appena sposato, sono emigrato a San Siro. Preciso, nel quartiere non nello stadio.
Se devo descrivermi da ragazzo, la prima cosa che posso dire, e che i miei amici possono confermare, è senza dubbio questa: agivo d’istinto, senza riflettere, coinvolgendoli nelle più tragicomiche situazioni, nonostante sapessero della   mia straordinaria abilità a cacciarmi nei guai.

Col passare degli anni questa mia caratteristica si è attenuata ma non è scomparsa del tutto.
Ho lavorato per gran parte del tempo in una finanziaria, poi diventata banca.  Per questi miei trascorsi professionali, alcuni condomini mi hanno eletto revisore contabile dei conti condominiali. Loro l’hanno chiamata “promozione sul campo”, ma io, francamente, la vedo più come una gran ciulada

Caratterialmente sono incline ai rapporti umani, ho il gusto della battuta, e mi piace socializzare con tutti. Mi correggo, con quasi tutti.  Io non tollero la menzogna e la presa per i fondelli, di conseguenza evito come la peste tutte quelle persone che hanno il DNA del casciabal, o che cercano sistematicamente di prendere per il cu… il prossimo. 

Del resto, ho fatto mio il vecchio detto di mio padre buonanima “Soldi e paura di dire la verità, mai avuti”. Qualcuno potrà dissentire sulla prima parte, nessuno sulla seconda.

Amo molto leggere, leggo di tutto. Alcuni dei miei autori preferiti sono Wilburn Smith, Daniel Silva e il grande Gabriel Garcia Marquez che tutti conoscono per lo splendido romanzo “Cent’anni di solitudine”. A mi avviso ne ha scritti due ancora più belli “L’autunno del patriarca” e “Nessuno scrive al colonnello”.  Passando ai miei gusti musicali, considero Fabrizio De André, i Beatles e i Pink Floyd, tre doni che il buon Dio ha fatto all’umanità. 

Calcisticamente vedo il mondo a strisce rossonere.  

Tanto per chiarire quale sia la mia ammirazione verso questi musicisti nonché verso alcuni calciatori che hanno giocato nel Milan, vi basti sapere che la mia fede in Dio è vacillata tre volte. Quando hanno sparato a John Lennon, quando è morto Fabrizio De André e quando si è ritirato Marco Van Basten. Con quest’ultima affermazione mi sarò attirato l’antipatia perenne del mio amico Reiss, interista convinto.

Bene, adess ve saludi e la pienti chi, anca perché di pirlad ne ho dì assè.  

Dighel ai to amis