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La fiera degli oh bej oh bej

oh bej oh bej

Quest’anno, per la tragica situazione che stiamo vivendo, la fiera degli oh bej oh bej non avrà luogo. Peccato perché era motivo di gioia per tanta gente ed era il rinnovarsi di una tradizione ultracentenaria. Speriamo il prossimo anno di poter riprendere le antiche tradizioni, il che significherebbe la sconfitta di questa maledetta pandemia. 

Sono anni che io non vado alla fiera degli oh bej oh bej, un po’ perché ha perso il fascino di una volta, un po’ perché non sopporto più la calca e un po’ perché le mie gambe hanno ridotto notevolmente l’autonomia. Mah! sarà l’età. Comunque di questa manifestazione ho degli splendidi ricordi.

Negli anni ’40, nella festività del 7 dicembre, in casa mia era tradizione andare in piazza S. Ambrogio a visitare la fera di obej obej.

Era un’esposizione molto più ruspante delle edizioni odierne, la maggior parte dei venditori venivano dalle campagne e dalle montagne lombarde. Giunti sul posto, dopo pochi passi, per evitare di farmi travolgere dalla folla mio nonno mi issava sulle sue spalle che, essendo un omone alto quasi due metri, mi consentivano di avere una visione aerea di tutta la fiera.

venditore oh bej oh bej

Cosi cominciava il nostro giro di acquisti intervallato da una pausa dove mangiavamo una pera cotta venduta da un caratteristico personaggio con una grossa fumante pentola di rame lucido appesa al collo. 

La visita si protraeva per tutto il pomeriggio e, solo quando cominciava a scendere la sera, ci avviavamo verso casa. 

collana di castagne


Al ritorno, attorno al collo, io ero bardato dal firòn de castegn (castagne secche infilate l’una dopo l’altra dal firunatt con uno spago lungo quasi un metro), mia nonna si era comprata ciabatte, un grembiule nero e, per la famiglia, i castegn pest, che poi avrebbe fatto bollire nel latte per la gioia dei miei genitori. 

A me veniva legato al polso un balònin che vòla e mi compravano la baleta còn l’elastic (era una pallina fatta con spicchi di tessuto di diversi colori, riempita di segatura, attaccata ad un elastico di circa trenta centimetri) che si legava al dito medio dall’estremità dell’elastico e si faceva rimbalzare come uno yo-yo. Va da sé che il giorno dopo la pallina cominciava a perdere la segatura per casa e la nonna non era contenta.

Forse è il ricordo di queste cose semplici che mi frena dal ritornare a visitare l’attuale fiera degli oh bej oh bej.  

Dighel ai to amis