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L’ANGELINA

Angelina

Correva l’anno 1946, la seconda guerra mondiale era appena finita e per noi ragazzi, che vivevamo in città, l’unica differenza, rispetto a prima, era che inglesi, americani, tedeschi e qualche altro figlio di buona donna, avevano smesso di usare le nostre case come tirassegno. Ho detto che correva l’anno, in realtà non correva proprio niente. Le giornate erano interminabili, duravano almeno il doppio di adesso, il sole non tramontava mai e passavo ore interminabili a fare niente. Facevo niente, non perché ero uno sfaticato ma, perché in cortile era vietato giocare, ed essendo solo, era difficile inventare  qualcosa.

Io abitavo in corso Ticinese al 50, era una casa di ringhiera e, come ogni casa di ringhiera che si rispettava, ospitava una colorita fauna di personaggi.

Sulla scala padronale, dove abitavo io al quarto piano, gli appartamenti erano dati in affitto a coloro che la proprietaria (la sciura padrona de cà) riteneva socialmente più elevati.

A conferma di questo, un giorno, una dozzina di poliziotti, mitra alla mano,  hanno fatto irruzione nell’appartamento sotto il mio ed hanno arrestato i coniugi (socialmente elevati) che ci abitavano, rei di avere sottratto indumenti e coperte all’esercito italiano (insoma eren di lader). Assistette di persona a questo fatto l’Angelina, amica di famiglia, brava donna dalla vista corta cioè orba come una talpa, che ci informò d’aver visto un “allegro gruppo di cacciatori in partenza per una battuta” in quanto era sicura d’aver visto, oltre i fucili, anche i cani.

L’Angelina era una signora che veniva dalla campagna. Adesso è periferia ma, ai tempi, era campagna. Era cresciuta in una famiglia numerosa, senza la madre, e fin da piccola ha dovuto accudire i numerosi fratelli e sorelle. Per fare questo il padre decise di non farle perdere tempo ad andare a scuola, così L’Angelina era analfabeta. Tutte le volte che io chiedevo perché non era andata a scuola lei mi rispondeva “perchè la vaca la mà mangià i liber“.  Inoltre era affetta da una miopia a livello siderale per la quale, si ostinava a dire, che non esistevano occhiali per correggerla, in verità aveva vergogna portarli, (beata ignuransa).

L’Angelina frequentava assiduamente la nostra casa e passava quasi tutti i pomeriggi sferruzzando con mia nonna. Durante i miei pomeriggi di solitudine, per passare il tempo, ascoltavo le storie, di derivazione contadina, che all’Angelina avevano raccontato i vecchi, nelle notti d’inverno, nel tepore della stalla.

Una delle più terrificanti è questa: 

Nel suo paese viveva una famiglia di contadini povera, ma così povera che perfino le mosche le giravano alla larga. Un anno, che il raccolto era andato particolarmente  male, il cibo mancava e la fame trionfava, al padre comparve il diavolo ( el demoni in persona cun tant de cua e corna). Questo “signore” propose un baratto: lui avrebbe dato una sua gamba da mangiare e in cambio si sarebbe preso la figlia più piccola.  Il povero padre messo alle strette dalle necessità, accettò, però concordò che la figlia l’avrebbe consegnata a gamba finita, cioè mangiata. Concluso l’accordo, e consegnata la gamba, la famiglia poté sfamarsi per parecchio tempo. (la gamba del diaul l’era bela grossa). Finita la gamba il diavolo passò a ritirare la ragazza ma il contadino disse che ci aveva ripensato e lo buttò fuori dalla porta. Chiaramente il demonio la prese male e chiese di riavere indietro la sua gamba, cosa impossibile perché mangiata.  Da allora, dal tramonto al sorgere del sole, in cascina si sentiva gridare , con voce cavernosa, “damm la mia gambaaa, dam la mia gambaaa“. Stufo di questa situazione, e forse anche per le lamentele dei vicini, al padre venne in mente un escamotage (alura la se ciamava fùrbada). Vestì la figlia con un abito di carta velina con centinaia di aghi appuntati e, tenendola al buio, la consegnò al diavolo. Questo, finalmente soddisfatto, la avvinghiò con cupidigia ma il vestito si ruppe e tutti gli aghi penetrarono nelle mani e nelle braccia del cornuto e scurnacchiato capo degli inferi. Battuto moralmente e fisicamente il diavolo batté in ritirata e non si fece più vedere (saggezza contadina).

Quando, ingenuamente, chiedevo all’Angelina perché nelle raffigurazioni il diavolo avesse ancora tutte e due le gambe lei mi rispondeva “perché dopu ghe l’han fada de legn“.

Dighel ai to amis