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CHE BEL CHE L’ERA EL NATAL

Il presepe a Natale

Quando ero bambino in casa mia il Natale era molto sentito. Primo perché “Gesù bambino” portava  i regali, (Babbo Natale non aveva ancora varcato l’Atlantico), secondo perché si faceva il presepe e si addobbava l’albero e poi perché ci si radunava in famiglia e si mangiavano cose che durante l’anno non si potevano fare rientrare nella quotidianità. 

Il Natale del 1940 mi è rimasto particolarmente impresso nella memoria.

Benché la guerra fosse già cominciata a giugno, eravamo abbastanza contenti perché gli uomini di casa non erano stati richiamati alle armi: mio nonno troppo veterano, mio padre perché lavorava in una azienda che produceva materiale bellico (Pirelli) e mio zio perché soffriva di cuore.   Circa dieci giorni prima di Natale eravamo indaffarati nei preparativi degli addobbi.

Vivevamo in una casa piccola, solo due locali, e per fare posto al presepe mio padre installava, per l’occasione, una mensola di circa mezzo metro quadro a un’altezza di oltre un metro e mezzo dal pavimento. Per vederlo dovevo salire in piedi su una sedia o essere preso in braccio da qualcuno. Il presepe era molto semplice: “la capana, la madona, san Giusepp, el bambin, el boeu, l’asin, i pastur, i pegur e la teppa, un pezzo di specchio rotto serviva da laghetto per fa bev i pegur“. Le statuine erano di gesso non più alte di dieci centimetri. Ai miei occhi era bellissimo! Poi era la volta dell’albero. “Vu a toeu el pin” diceva mia zia, scendeva dall’ortolano sotto casa e tornava con un abete di circa un metro, più alto non ci stava. Veniva sistemato sulla ghiacciaia. Sui rami del pino venivano appese le palle colorate di vetro, qualche mandarino, qualche caramella, i portacandele con relative candeline, dei batuffoli di bambagia a rappresentare i fiocchi di neve e sulla cima un bel puntale. Se si volevano le lucine bisognava accendere le candele.

La vigilia era il giorno più indaffarato e, tra profumi di sughi e di cappone lesso, ogni volta che mi muovevo sbagliato partiva la minaccia “ste fe no el brau ven no Gesù Bambino”. A mezzanotte si sentiva “el campanun del dom” che invitava i fedeli alla messa “de mezzanott”.         

La mattina di Natale mi svegliai presto, ma siccome gli altri dormivano ancora resistetti il massimo possibile, poi, vinto dalla frenesia, piombai in cucina e sotto l’albero c’erano i doni portati da Gesù Bambino. Alcuni li avevo chiesti, altri erano una sorpresa, altri erano giochi di società che non avrei mai usato perché ero solo.

Avevo chiesto un pianoforte ma mi trovai “el sciazzband” (traduzione in meneghino di Jazz band) ovvero una piccola batteria composta da un tamburo, un tamburello, un piatto e un triangolo. Cominciai a suonare con foga e, tanto fu l’apprezzamento dei miei, che dopo venti secondi di esibizione il “sciazzband” era ritornato nel suo scatolone e riposto sopra l’armadio, con la promessa di mia nonna “Quand te avarè imparà a sunall t’el darù indree”.

Mi avevano regalato, anche, un esercito di soldatini con tende da campeggio, un carro armato, un trimotore mimetizzato e un’autoambulanza. Mi ricordo che,  fra i tanti soldatini, c’erano due cavalli, uno bianco e uno marrone: in sella a quello bianco c’era Mussolini e in sella a quello marrone Re Vittorio Emanuele III. Un particolare curioso era che per fare stare in equilibrio i due cavalieri si doveva infilarli su un filo di ferro lungo circa un centimetro che usciva verticalmente dalla sella. Non capii il perché, i miei, quando li videro, si misero a ridere.

Al mattino, io e mio nonno, andammo a comprare gli antipasti da Peck in via Orefici, ora è in via Spadari, storica salumeria dai prodotti eccezionali, con i prezzi altrettanto eccezionali per questo ci andavamo solo nelle feste comandate. Comprammo prosciutto cotto e crudo, la filzetta, la mustarda, el paté, la biseta, la gelatina, el zola (perché la buca l’è minga straca se la sa no de vaca) e un tocc de grana de gratà sui raviau in broeud.

Quello, fu un pranzo con tante cose buone ma soprattutto con tanta allegria; mangiavo e mi divertivo, ascoltavo quello che dicevano i grandi e, anche se non capivo tutto, loro ridevano e scherzavano e io mi sentivo felice. Fu l’ultimo Natale passato, in allegria, con tutta la mia famiglia poi, la guerra e la malattia di mio nonno che se lo portò via dopo un anno, ruppero l’incantesimo.

Chiesi a mia nonna “Ma Gesù Bambino el ven pù a purtà i regai?” e lei rispose “No, perché l’è andà a suldà anca lù”.

Dighel ai to amis