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El pret de Ratanà

El pret de Ratanà

Da ragazza, mia zia Amalia soffriva di problemi intestinali e, malgrado mia nonna avesse interpellato parecchi medici, non si riusciva a trovare la terapia giusta. Bisogna anche ricordare che nel 1930 la medicina non aveva raggiunto i livelli che ha oggi e i rimedi ai malanni erano limitati.
Finché una sua amica non le parlò di uno strano sacerdote, una specie di stregone, che abitava in una piccola casa in via Fratelli Zoia, in prossimità della Cascina Linterno, situata oggi nella zona di San Siro, ai confini del parco delle Cave che curava le persone: “El pret de Ratanà tutt i mài i e fa scappà!”.

Accettando il suggerimento dell’amica decisero di optare per questa soluzione. Quando giunsero a destinazione – e dopo ore di attesa per la moltitudine di persone presenti – mia nonna e mia zia si trovarono di fronte un uomo di altezza media, robusto, scorbutico, trasandato, che usava rimedi non certo scientifici: “Ciàppa ‘stà érba chì e falla bùj in l’acqua cul bicarbunà, béven on cugiàa a la mattìna, in còo a óna settimàna te gh’hee pù niént” e questa fu la sua ricetta della cura che ottenne gli effetti desiderati.                                                                                               

Ma chi era questo personaggio?

El pret de Ratanà altri non era che Don Giuseppe Gervasini nato a Sant’Ambrogio Olona il primo marzo 1867 che sviluppò la capacità di riconoscere le malattie e di guarirle durante il servizio di leva prestato a Caserta come addetto alla sanità, tra il 1887 e il 1888. Questa sua dote fu malvista dalle gerarchie ecclesiastiche del tempo che lo giudicarono un prete scomodo e lo trasferirono in parrocchie periferiche, da Pogliano Milanese a Cabiate, da San Vittore a Peregallo di Lesmo fino a Retenate, località del Comune di Rodano, che gli diede il soprannome con cui fu chiamato. Le sue qualità di guaritore erano esercitate attraverso modalità paranormali unite alla sua capacità di usare erbe, che lui stesso coltivava o raccoglieva nei boschetti e sulle rive dei fontanili che, secondo le testimonianze popolari, erano capaci di debellare qualunque malattia.

Con il numero di malati che lo ricercavano crebbe anche il numero dei suoi nemici. E non solo all’interno della chiesa, anche fra i nobili locali come il conte Alessandro Greppi nei cui possedimenti si trovava la parrocchia di don Giuseppe, che nel 1901 chiese e ottenne dall’allora Arcivescovo di Milano, cardinal Ferrari, la sua sospensione a divinis, sospensione che fu in seguito revocata dall’Arcivescovo Ildefonso Schuster che invece lo ammirava.
Nel 1926 Don Gervasini ricevette in dono, da un uomo che aveva guarito, una piccola casa in via Fratelli Zoia. In quella casa si trasferì e continuò a operare, consacrando anche la prima pietra della nuova chiesa di Sant’Elena nel 1938, fino alla morte nel 1941.

Oggi la sua tomba si trova nel cimitero Monumentale di Milano, dove arrivano a ricordarlo un gran numero di fedeli. 

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