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La serenata del Mario matt

serenata

Quando ero ragazzo abitavo in una casa di ringhiera in corso Ticinese e in
zona viveva un personaggio caratteristico e alquanto eccentrico: lo
chiamavano “el Mario matt”.

Però non era matto nel senso vero della parola, era piuttosto stravagante. Mario era un signore che aveva circa quarantacinque anni, abitava in corso Ticinese, non ricordo a che numero, era alto, magro, aveva un’andatura dinoccolata e, camminando, sembrava che si muovesse con passi di danza. Per strada guardava in viso la gente che incrociava, sempre sorridente, e salutava tutti anche se erano pochi quelli che contraccambiavano.

Per questo suo comportamento estroverso e inusuale veniva chiamato “el Mario matt”. Il nostro personaggio si guadagnava da vivere cantando, accompagnandosi con la fida chitarra che portava sempre a tracolla. Il suo palcoscenico erano, di domenica, le varie osterie della zona e durante la settimana girava per i cortili delle case suonando e cantando le canzoni più in voga e, dopo le sue esibizioni, la gente gli buttava le monetine dalla ringhiera; lui le raccoglieva, ringraziava con un inchino e si spostava in un’altra corte.

Alcune volte il nostro cantante veniva ingaggiato da qualche corteggiatore non particolarmente intonato per fare una serenata all’innamorata. In queste occasioni, il fantasioso artista aumentava il numero degli strumenti: si metteva una grancassa sulle spalle, come uno zaino, sopra il tamburo metteva due piatti e, tramite due funicelle collegate ai talloni, azionava la sezione ritmica dell’orchestra: devo dire con risultati decisamente apprezzabili.

Un giorno il nostro menestrello venne incaricato dal signor Dorino, un giovanotto innamorato, di fare una serenata a una timida ragazza di nome Amalia che abitava al numero 48 di corso Ticinese.

Così, in una calda serata di giugno, il nostro Mario si presentò in cortile con tutta la sua orchestra, ma, non si sa per quale ragione, anziché al numero 48 entrò al numero 50, il mio cortile.

Cominciò la sua esibizione cantando un pezzo di sua creazione che faceva, più o meno così: “Amalia mia amata, ti vorrei tanto abbracciare e la bocca tua adorata, io vorrei tanto baciare”. Era un pezzo che eseguiva per tutte le serenate, la musica e il testo erano sempre gli stessi, variava solo il nome della persona alla quale era dedicato.

Caso volle che al terzo piano della scala vicino alla mia, abitava una signora nativa di Gaeta che si chiamava Amalia. Aveva circa cinquant’anni, due figli di poco minori di me, e un marito di origini calabresi che faceva il muratore. Quando il cantautore cominciò la serenata la ringhiera si popolò di curiosi e le comari, ammiccando fra loro, si sussurravano “Chissà me l’è cuntent el so marì terun” (chissà come è contento suo marito meridionale). Infatti non passarono due minuti che la serenata si interruppe perché il calabrese era piombato in cortile a chiedere spiegazioni, in atteggiamento non proprio signorile, al malcapitato messaggero d’amore, il quale tentava di spiegare che stava facendo la serenata ad una ragazza che abitava al 48 e, finalmente, si accorse che aveva sbagliato indirizzo.

Non so se la Amalia del civico 48 abbia poi sentito la serenata del suo amato Dorino, sta di fatto che la cosa venne chiarita e tutto ritornò – fortunatamente – alla normalità.

Dighel ai to amis