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Le ciabatte

ciabatte

Negli anni ’40 in corso Ticinese, angolo via Vetere, c’era un negozio di calzature che esponeva la sua merce in tre ampie vetrine.

L’insegna del negozio era un disco rosso in campo giallo e non si riusciva a relazionare quel logo col proprietario che si chiamava Vittorio, “Vitori” per i meneghini della zona.

Mia nonna, cliente abituale, per andare a fare la spesa passava davanti alle vetrine e un giorno notò che erano state messe in offerta un paio di ciabatte nere con la tomaia di stoffa e la suola di gomma a prezzo veramente conveniente. 
A quei tempi l’acquisto di un capo d’abbigliamento richiedeva un complesso calcolo economico per vedere se le finanze famigliari riuscivano a sopportarne la spesa. 

Ma per quelle ciabatte, dato il costo limitato, la decisione fu abbastanza sollecita. Così il giorno dopo ci recammo al “Disco Rosso”. Quando al signor Vittorio venne richiesto l’articolo notai che, con parole persuasive, cercava di orientare la scelta verso altri articoli decisamente migliori e di costo superiore, ma l’ostinazione di mia nonna lo fece desistere; incartate e consegnate le ciabatte si rivolse verso la commessa e a mezza voce disse “meno male che i emm finii e in del mè negozi de che la m…da lì ne vegnarà mai pü”. 

Noi udimmo il commento ma facemmo finta di niente.      

La lavatrice di mia nonna era formata da un mastello in legno, da un asse ondulata, sempre in legno, appoggiata alle gambe e la motorizzazione per il lavaggio erano le braccia dell’operatrice.

In quella posizione era inevitabile che spruzzi d’acqua fuoriuscissero dal mastello per andare a finire sui piedi. Fu così che al primo bucato, dopo  qualche spruzzo, le ciabatte dimostrarono tutto il loro contenuto tecnologico: la tomaia, lentamente ma inesorabilmente, si scollò abbandonando la suola e lasciando una copiosa macchia di colore nero sui piedi di mia nonna che, guardando sconsolata l’irreparabile danno, mormorò  “gaveva resun el Vitori, in propi sciavatt de m…da”.

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