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Gli artigiani di via Vetere

gli artigiani di via vetere

Siamo alla fine della seconda guerra mondiale e la via Vetere, la strada che collega il corso Ticinese con il parco delle Due Basiliche, era sede di un nutrito gruppo di artigiani che, animati di buona volontà e di voglia di lavorare, cercavano di risollevarsi dalla miseria e dal degrado che il conflitto mondiale aveva creato. Essi esprimevano molte categorie di mestieri tradizionali: ciclista, tornitore in lastra, parrucchiere, tintoria, pelletteria, ortolano, corniciaio, osteria e trattoria. Ma c’era anche chi si era inventato un lavoro nuovo, questo signore era “Bruno el cùntachilometrista”.

Bruno era un giovanotto di circa trent’anni, piccolo, magro e continuamente in agitazione. Si era fatto tre anni di guerra, non ricordava neanche dove, ed era addetto alla manutenzione dei mezzi di trasporto degli ufficiali, praticamente faceva il meccanico per quelle poche macchine a disposizione del nostro sventurato esercito.

Raccontava che si era specializzato nel riparare i contachilometri e, a chi gli chiedeva che utilità avesse sapere quanta strada facessero le automobili, lui rispondeva che gli autisti dovevano rilevare il numero alla partenza, quello  dell’arrivo, annotarlo su un modulo e consegnarlo al comando: stavamo perdendo la guerra ma la burocrazia non arretrava di un passo.

Il nostro meccanico aveva adibito ad officina un locale che dava sulla strada al numero 16, una casa disabitata perché mezza distrutta dalle bombe, e come abitazione due locali al primo piano sopra l’officina. Bruno aveva un discreto numero di clienti che, col passaparola, aumentavano sempre di più ed era diventato punto di riferimento per tutti gli autisti e i motociclisti che avevano problemi con quel misterioso strumento.

A quei tempi i contachilometri non erano come quelli odierni che sono inseriti in plancia con led luminosi e comandi elettronici; lo strumento assomigliava ad una grossa sveglia di circa dieci centimetri di diametro con i numeri scritti sulla circonferenza esterna e al centro una freccia indicava il valore della velocità. Il tutto era comandato meccanicamente da un filo d’acciaio che inserito in una guaina andava a collegarsi con gli organi in movimento del motore.

Potete immaginare che mettendoci le mani per aggiustarlo l’unto la faceva da padrone e il nostro Bruno era costantemente sporco di olio dalla testa ai piedi.

Faceva compagnia al nostro amico un cane di ridotte dimensioni, era un miscuglio di razze fra le quali la più evidente era il fox terrier; aveva il pelo scuro, non si sa se era il suo colore originale o era l’olio dei motori, ed era costantemente sdraiato per terra pervaso da un’apatia congenita: si chiamava “Negher” (grande fantasia!) ma era conosciuto come el can de pezza per la sua poca vitalità.

el can de pezza

Un grosso problema affliggeva il nostro meccanico e gli altri artigiani della via: l’officina, complici le ampie macchie di olio, era diventata terra di conquista di grossi ratti che, rodendo tutto ciò che potevano, recavano danni notevoli alla già scarsa attrezzatura inoltre sciamavano anche nelle altre botteghe. Bruno dovette ricorrere alle manieri forti: comprò una trappola del tipo a gabbia e con la porta che si chiudeva a scatto e, poco dopo averla posata, ci fu un prigioniero. Ora si trattava di eliminarlo ma nessuno si sentiva di farlo, così pensò di portalo fra le macerie delle case bombardate e di liberarlo al suo destino.

E qui avvenne un fatto che cambiò i giudizi sul “Negher”.

Il cane, che aveva seguito con la solita indifferenza il padrone, quando vide il roditore uscire di scatto dalla trappola si animò di una improvvisa e impensata energia: con uno scatto lo raggiunse, l’afferrò per la collottola e con due scrolloni lo riversò esanime al suolo, dopodiché rientrò nella sua consueta indolenza. L’operazione si ripeté per altri due giorni finché, improvvisamente, i topi sparirono dall’officina, evidentemente era corsa voce che era meglio cambiare zona.

Da quel giorno el can de pezza continuò la sua attività preferita cioè quella di poltrire ma la sua sola presenza bastava a rassicurare gli artigiani di via Vetere.

Dighel ai to amis