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Le vacanze al tempo di topo Gigio

Le vacanze a quel tempo

Altro che Sardegna, Sicilia, o Isola d’Elba, per noi ragazzi le vacanze a quel tempo erano solo la colonia, anche perché era l’unica scelta possibile per i nostri genitori.  

Dato che nei mesi estivi eravamo liberi da ogni impegno scolastico, papà e mamme si ponevano il problema di trovare un luogo sicuro dove mandarci visto che era impensabile lasciarci liberi di scorrazzare tutto il giorno nel cortile.  

Abbandonati a noi stessi ne avremmo combinata una più di Bertoldo. Ecco perché i nostri genitori decidevano di mandarci in colonia. La soluzione era accolta con gioia da tutti gli abitanti della corte, e bisogna capirli. Dopo un anno di dura sopportazione aspiravano ad avere almeno un mese di calma e di pace.  La località dove venivo spedito io era sempre la stessa: Pinarella di Cervia.  

Due settimane prima della partenza iniziavano i rituali di preparazione al fatidico viaggio. 

Innanzi tutto, la visita medica. Dovevamo recarci all’ambulatorio Comunale per essere sottoposti a una accurata visita. Dire accurata è un eufemismo, ci pesavano, ci misuravano, ai raccomandati auscultavano polmoni e torace, il tutto in meno di cinque minuti e poi via, sotto un altro. 

Altro rituale era la preparazione del corredo. 

Alle nostre mamme veniva fornita una lista dei capi di abbigliamento che dovevamo portare, unitamente al numero di matricola da cucire su tutti i vestiti.  

Sentendo parlare di numero di matricola, qualcuno potrebbe pensare che partivamo per un carcere di massima sicurezza, tranquilli niente di tutto questo, la sua funzione era un’altra. Serviva per la lavanderia. Per evitare che a un ragazzo fossero restituiti i vestiti puliti di un altro. Se avessero, per esempio, confuso i miei vestiti con quelli di Giorgione, detto “metro cubo” per via del fatto che era più largo che alto, io in una sua maglietta ci sarei entrato anche con il pallone in mano, ma il poveretto avrebbe sudato sette camicie per far entrare mezza chiappa nei miei pantaloncini. 

Quel numero rimaneva ben cucito sui nostri vestiti sino all’anno successivo, quando ce ne avrebbero affibbiato uno nuovo. Era una marchio. Guardandoci magliette o pantaloncini potevamo stabilire chi era stato in colonia e chi no. 

Le giornate si svolgevano così: sveglia, colazione, spiaggia, bagno, pranzo, riposino, cortile o pineta, cena, di nuovo cortile e poi tutti a nanna. 

Dopo un mese, arrivava il giorno del ritorno.
Tutti nuovamente sul pullman, per nostra grande gioia. 

Un po’ meno gioia per le comari del cortile, per loro ricominciava la sofferta convivenza con noi. 

Dighel ai to amis