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El Cecchin dei Martinitt

El Cechin marmista

El Cecchin in realtà chiamava Francesco Ferrari. O meglio, così fu chiamato al Collegio dei Martinitt dove arrivò da bambino quando, abbandonato, fu trovato con su solo una scarpa da donna e una da uomo.

A 18 anni uscì dal Collegio con la qualifica di marmista

Durante la guerra ’15 -’18 el Cecchin fu prigioniero in Germania e per sopravvivere – raccontava lui stesso divertito – non sapendo la lingua, per spiegare che voleva comperare un uovo si accasciò in terra simulando la gallina e facendo “coccodè”.

Ma poi il tedesco lo imparò davvero e riuscì anche ad aprire un suo laboratorio in Via Torricelli, a Porta Ticinese, dove lavorava suppellettili, portacenere e basi per statuette o trofei sportivi in alabastro, onice ed altre pietre. 

El Cecchin fu amico di mio padre e ogni tanto mi capitava di andare a trovarlo; era una figura imponente, faccia da buono, sorridente, barba incolta, occhialini da miope, sempre con un grembiulone,  tutto bagnato dall’acqua usata per la lavorazione del marmo.

Parlava il meneghino schietto e raccontava storie vere o inventate, colorite da aneddoti e proverbi. 
Ogni tanto era inevitabile interromperlo per chiedergli spiegazione dei suoi modi di dire, già allora poco usati (anni ’40) e quasi dimenticati.

Ricordo che per descrivere uno che gli stava rigirando il discorso senza arrivare al dunque, disse “quest chi el me tira el Domm in Santa Redegunda!“.

Era stato “compagno” di Mussolini (allora direttore dell’”Avanti!”) che, per lui, era un bieco traditore del socialismo e se qualcuno pronunciava quel nome dava in escandescenza.
Ma nell’osteria accanto, dove el Cecchin andava a bersi il bianchino, gli avventori lo consideravano persona onesta e generosa e facevano finta di non sentire.  
Disgrazia volle che un giorno passò un fascista e, sentendolo inveire contro il Duce, lo fece arrestare e finì un’altra volta in Germania.                                                        

Questa volta fu mandato a lavorare in una fabbrica ma anche stavolta se la cavò perché conosceva il tedesco.

Credo sia stato l’unico italiano a godere due volte della stessa “villeggiatura”.

Dighel ai to amis